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San Gerolamo di Antonello da Messina

La rappresentazione di un amanuense nel suo scrittoio

Nel mondo odierno in cui la tecnologia ha il ruolo di protagonista nel trasferimento di informazioni e nelle stesure di documenti, testi e libri è importante conoscere come queste stesse procedure venissero eseguite prima della scoperta della stampa, quando erano invece i monasteri i centri di divulgazione della conoscenza. In questi grandi complessi monastici vi erano infatti delle figure specializzate “gli amanuensi” che, come dice il termine stesso, copiavano “a mano” i testi affinché potessero essere tramandati ai posteri.

È proprio un amanuense nel suo studiolo, il soggetto scelto per questa magnifica opera di Antonello da Messina. Nello specifico, infatti, il protagonista dell’opera è San Gerolamo, uno dei padri della Chiesa, celebre per la cosiddetta Vulgata, cioè per la traduzione che egli fece, per primo, della Bibbia dal greco al latino.

Le prime notizie che abbiamo di questo dipinto risalgono al 1525 quado venne registrato nei documenti di una collezione veneziana come opera di Antonello da Messina o Jan Van Eyck. Questa confusione sull’attribuzione del dipinto deriva dalla tecnica innovativa usata dall’artista: la pittura a olio. Fu infatti Antonello il primo artista ad aver importato in Italia questa innovazione tecnica già in voga nelle Fiandre poiché utilizzata dal celeberrimo pittore Jan Van Eyck.

Attualmente si data quest’opera negli anni ‘70 del XV secolo, durante il suo soggiorno veneziano del nostro artista, che ebbe una vita itinerante e allo stesso tempo molto affascinante per un uomo del XV secolo. Antonello, infatti, nacque a Messina e svolse proprio nella sua isola il suo apprendistato, poi si trasferì a Napoli dove imparò l’arte dei fiamminghi presso la bottega di uno dei più noti falsari di opere d’arte dell’epoca: Colantonio. Infine è documentato a Roma, a Venezia e nelle regioni dell’Italia centrale.

La sua peculiarità fu proprio quella di essere riuscito a riportare nelle sue opere tutte le novità che apprese durate i viaggi mescolandole con il suo stile. In quest’opera, ad esempio, egli riprese la dovizia di particolari sperimentata dagli artisti fiamminghi e la loro resa quasi lenticolare dei dettagli. Si vedano a riguardo l’ardita inquadratura prospettica che funge da cornice per la scena, la bifora dalla quale si notano delle rondini in controluce, il paesaggio che si scorge oltre la finestra alla sinistra dell’opera, ma anche in primissimo piano il pavone simbolo della Chiesa e la coturnice simbolo della verità di Cristo.

Lo studiolo del santo, inoltre, è ricavato all’interno di un vasto ambiente goticheggiante e si mostra organizzato alla perfezione. Si veda infatti la postazione del nostro Gerolamo, colto mentre è immerso nella lettura, con lo scrittorio innanzi a sé, i sedili, gli scaffali per i libri ed in basso persino due vasi per le erbe aromatiche, davanti ai quali si scorge un gatto appena abbozzato dall’artista.

Un leone, inoltre, si aggira, a destra della scena, sotto le arcate illuminate dello sfondo. Il felino, secondo la tradizione, divenne fedele al Santo perché questi lo aiutò estraendogli una spina dalla zampa e infatti in ogni opera in cui viene rappresentato San Gerolamo è presente anche il leone, suo simbolo iconografico. Interessantissima è in quest’opera la soluzione del nostro Antonello, che distacca il leone dal santo, raffigurandolo libero di aggirarsi per il complesso monastico come se ne fosse divenuto un normalissimo animale domestico.

Anna Flavia Arisci

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