Il
vento è una “materia” molto significativa,
oggi vortice, domani calma piatta.
In questo paese della Sardegna, dove tutto potrebbe nascere
mentre muore l’ipocrisia, il pregiudizio e la falsità,
la scansione ritmica dei rapporti interpersonali assume tratti
di imprevedibilità: il giovane amore di Grixenda e
Giacinto porterebbe una ventata, appunto, di freschezza ma
la calma piatta nella quale si illudono di vivere molti degli
abitanti di questa dimensione ne trasfigura la natura di resurrezione.
Ma la calma è solo apparente e soprattutto esteriore.
Infatti nel cuore, e nel ventre, di questi uomini e queste
donne vi sono vecchie paure e la ruggine di un astio che prende
le mosse da un archetipo più vicino alla ferocia animale
che all’animo umano.
E’ un incontro tra i vivi e i morti. Efix, finto vivo
sommerso dai sensi di colpa, rivive il peccato omicida mentre
la sua strada per arrivare nell’aldilà viene
già tracciata, in senso inverso, da Ruth e Lia che,
dall'aldilà, arrivano per portarselo via.
In scena, i vivi non possono vedere i morti. I morti si vedono
tra loro, possono vedere i vivi e, in qualche modo, “condizionano”
la vita di questi ultimi.
Le sfaccettature più cannibalesche, ma anche più
fragili, degli esseri umani scorrono nel sangue di chi si
avvicina ai mondi così sensibilmente sussurrati dalla
Deledda, che ci regala un dipinto in movimento della festa
popolare, del rito e del passaggio su questa terra.
La cooperativa “Salto del Delfino”, grazie all'opportunità
resa dall'associazione “C.G.S. La Giostra”, anche
mediante questo lavoro prosegue la ricerca su progettualità
che coniughino la valenza artistica con i tratti antropologici
e rituali. |