Zen sul ghiaccio sottile (Italy, 2018)

 

Regia: Margherita Ferri
Durata: 87 minuti
Genere: Drammatico
Sceneggiatura: Margherita Ferri
Interpreti: Eleonora Conti, Susanna Acchiardi, Fabrizia Sacchi

 

Zen è il soprannome di Maia, una ragazza che vive in un piccolo borgo dell’Abruzzo e che da sempre viene presa in giro a causa dei suoi atteggiamenti mascolini. Come quella di una normale adolescente la sua vita si divide fra scuola, sport, e un aiuto in famiglia. Sua mamma, infatti, gestisce un rifugio in montagna, ed è qui che Zen passa gran parte del tempo quando non è impegnata sul campo da hockey. Fa appunto parte della squadra maschile, ma è così brava da riuscire ad essere convocata nella nazionale femminile.

La giovane Maia si ritrova però a dover attraversare una crisi esistenziale, che la metterà a dura prova non solo nel rapporto-confronto con se stessa, bensì anche con gli altri; siamo in grado di percepire il disagio che prova attraverso la costante aggressività dei suoi atteggiamenti e la mancanza di serenità nelle relazioni interpersonali.
Gli ostacoli che Zen incontra vengono enfatizzati durante la rappresentazione attraverso le immagini di un ghiacciaio che si spacca, e anzi potremmo dire che i momenti di difficoltà nei quali incappa, giorno dopo giorno, vengono associati e comparati alle fasi della rottura del ghiacciaio stesso. Tale confronto non regge a parole, ma il contrasto fra il rumore emesso dalle crepe dell’iceberg e il silenzio assordante dell’ambiente circostante permettono allo spettatore di identificarsi pienamente in Maia e nel disagio che prova.
Quest’ultimo infatti emerge soprattutto tramite il silenzio, una costante del film; vediamo come le scene siano accompagnate da pochi dialoghi, molti vuoti sonori e parecchi paesaggi naturali, quelli montani. Fra l’altro la vastità delle aree rappresentate induce ad una riflessione quasi empatica nei confronti di Zen, che si ritrova spesso alla ricerca di risposte alle quali però sembra non riuscire ad arrivare.

L’isolamento che lei stessa crea attorno a sè, dovuto anche all’aggressività con cui si rapporta al prossimo, non le consente di rompere la corazza ‘da dura’ che indossa. L’armatura da hockey non aiuta, infatti, all’incontro con gli altri, ma anzi diventa una sorta di ‘difesa personale’, a cui Maia fa riferimento in maniera costante nei momenti di estrema difficoltà.

Nonostante la solitudine emergono due figure importanti nella vita della nostra protagonista: sua mamma e l’allenatore della squadra. È evidente come sia l’una che l’altro abbiano a cuore la ragazza, e sebbene non manchino gli screzi, e talvolta le incomprensioni, i due riescono in maniera inconsapevole ad aiutare Zen durante la crisi.
Sfortunatamente Maia non può ricevere l’aiuto del papà, venuto a mancare parecchi anni prima a causa di un incidente sportivo. Tale perdita influisce notevolmente sulla sua sfera relazionale, sommandosi al già presente disagio dovuto al senso di inadeguatezza che prova nel non trovare affinità coi coetanei e nel sentirsi prigioniera del suo corpo.

Nonostante ciò Zen continua a vivere la quotidianità seguendo la propria passione e cercando di lasciarsi alle spalle le risatine altrui. Solo in pochi riusciranno a capire che dietro l’apparente corazza si cela una ragazza sensibile, che cerca solamente il suo posto nel mondo.

Quello di Maia è un percorso lungo, un viaggio emozionale, di crescita personale, di formazione identitaria, di coraggio e di scelte.

Presentato fuori concorso alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, il film seppure prodotto con budget limitato ed attori esordienti, offre interessanti spunti di analisi e riflessione senza mai cadere nel giudizio facile e scontato.

Annalisa Baranta

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